Qual è la sua definizione di ipertesto?
"Definirei l'ipertesto come qualsiasi forma di testualità - parole, immagini, suoni - che si presenti
in blocchi o lessie o unità di lettura collegati da link. Si tratta, essenzialmente, di una forma di testo
che permette al lettore di abbracciare o di percorrere una grande quantità di informazione in modi scelti
dal lettore stesso, e, nel contempo, in modi previsti dall'autore. Se dovessi definire l'ipertesto con una o due
frasi, direi che l'ipertesto è una forma di testo composta da blocchi di "scrittura" e immagini
collegati da link, che permette una lettura multilineare: non una lettura non lineare o non sequenziale, ma una
lettura multisequenziale".
Lei pensa che ci sia una totale opposizione fra ipertesto e testi lineari, oppure crede che l'ipertesto sia
una forma di generalizzazione del concetto di testo?
"Non so bene quale sia il modo giusto di affrontare questa questione. Ted Nelson sostiene che l'ipertesto
sia la forma di testo più basilare, e che la testualità lineare sia un sottoinsieme degli ipertesti.
Altri sostengono, viceversa, che l'ipertesto sia un sottoinsieme del testo lineare e che ne sia un ampliamento.
Io non so bene cosa sia vero; certamente c'è una relazione tra queste due tipologie, ed io penso che dipenda
da quali tecnologie di informazione si usano. È chiaro che quando si comincia a scrivere un testo strutturalmente
semplice si tratta - in genere - di un testo lineare. Tuttavia, appena un autore comincia a sviluppare registri
più complessi in testi scritti a mano o stampati, ci si ritrova a confrontarsi con cose simili a note a
piè di pagina o alla glossa ordinaria nelle Bibbie medievali, in cui si cerca di rendere possibile l'aggiunta
di ulteriori informazioni ad un testo lineare. È quasi una questione di sofisticazione! Non si tratta tanto
di una questione di semplicità del testo, quanto quasi di un avvicinamento del testo al lettore. Con questo
intendo dire che sembra del tutto ovvio che i lettori, all'inizio, leggano soltanto in un modo più o meno
lineare; a mano a mano che diventiamo più sofisticati, tendiamo ad usare note a piè di pagina, glossari,
e a lasciare il testo che stiamo leggendo per consultarne un altro, e poi tornare al primo. Questo processo è
molto simile, ma non del tutto identico, all'esperienza della lettura di un ipertesto. Naturalmente, ci sono testi
che sono più ipertestuali di altri. I testi scolastici che contengono note a piè di pagina o in fondo
al libro, o glossari, sono molto più ipertestuali di un semplice romanzo o di un racconto. D'altra parte,
le enciclopedie sono opere quasi del tutto ipertestuali".
Abbiamo un modello di ipertesto - probabilmente quello più conosciuto dal grande pubblico - che è
il World Wide Web. Pensa che quando parliamo di ipertesto, la maggior parte delle persone tenda a riferirsi al
WWW?
"Nella nuova versione del mio libro, Hypertext 2.0, si discute molto fino a che punto il WWW sia un vero
ipertesto. Dovrei cominciare col dire che il WWW, per quanto sia inestimabile, è, tuttavia, una forma di
ipertesto molto primitiva, appiattita e ridotta. Inoltre, ha l'effetto dannoso di abbassare le aspettative della
gente, di far sì che le persone vogliano qualcosa di molto simile alle potenzialità dei libri senza
avere le potenzialità di ciò che è elettronico. Sono diversi i motivi per i quali il WWW risulta
così noioso, ed in parte è per il modo di fare collegamenti, poiché si tratta di un modo che
comprende solo un tipo di link. Questa è la prima ragione. In secondo luogo c'è soltanto una possibilità
di collegamento dal singolo al molteplice, e molti browser WWW permettono di utilizzare, in modo utile, solo un
tipo di finestra e solo una finestra per volta, a meno che il lettore sia molto sofisticato. In altri tipi di sistemi
di ipertesto - Storyspace, Intermedia, Microcosm, Sepia - alcuni scrivono con una tecnica simile al collage, fanno
esperimenti con forme di discussione, con l'uso di immagini e colori nei modi più diversi. Il WWW tende
ad annullare tutto questo. Posso riportare un esempio: se io lavoro con uno di questi sistemi ed uso le modalità
OVERVIEW o HOMEPAGE, posso collegarmi a un documento che funge da contenitore generale, e poi attivare automaticamente,
da questo, i link specifici. Supponiamo che io abbia un titolo: "relazioni letterarie"; se parlo di opere
di Henry James o James Joyce o di Giovanni Boccaccio, io posso, allora, collegare al titolo "relazioni letterarie"
molti oggetti diversi, molti argomenti diversi. Ma in WWW si deve fare un link semplice, e, poi, manualmente, aggiungere
ogni singolo link ogni volta che arriva un nuovo documento. Sebbene il WWW sia considerato molto dinamico, tuttavia,
lo è in maniera molto regressiva, poiché obbliga le persone a passare molto tempo ad aggiungere le
cose manualmente. Per questa ragione molti link muoiono: il sistema è inadeguato.
Un'altra caratteristica che manca nel WWW è un tipo di ipergrafico dinamico. Si tratta di un dispositivo
che si attiva quando un lettore apre un link; tale dispositivo comunica al lettore dove lui o lei possono andare
dopo. In sistemi che hanno dispositivi come questo, quali Storyspace, Intermedia, Microcosm, il lettore non si
perde mai; si è sempre orientati, perché non soltanto si sa dove si può tornare, ma si conoscono
anche i modi per andare avanti, e si ha quello che Mark Bernstein chiama "airlock": prima di cadere nell'oscurità,
un dispositivo ci permetterà di sapere dove siamo e dove si può andare. Il WWW per il momento non
possiede nessuna di queste caratteristiche. Tuttavia, il WWW ha avuto un'importanza enorme, e questo per due ragioni:
la prima consiste nella gratuità dell'uso; la seconda, nel fatto che il WWW offre, comunque, una certa idea
dell'ipertesto. Ted Nelson parla di "docuverse": tutti i documenti del mondo potrebbero, potenzialmente,
essere collegati. Per quanto mi riguarda, il WWW è per Internet quello che il programma Hypercard è
stato per i personal computer: Hypercard ha a che vedere con il momento dell'informatica legato al singolo personal
computer, mentre il WWW ha a che vedere col personal computer collegato ad Internet. In entrambi i casi, tuttavia,
l'utente adopera il sistema come un software praticamente gratuito ed è stimolato a volere molto di più.
Si potrebbe sostenere che da Hypercard è venuto il WWW, e forse dal WWW avremo una forma di ipertesto più
ricca, accessibile a molti".
Lei ha parlato di Storyspace. Può essere interessante delinearne la storia: come si è sviluppato,
ed anche come continuerà a svilupparsi.
"Storyspace fu inizialmente ideato da un gruppo molto interessante, composto di tre persone: John Smith
era un famoso professore di informatica negli USA; Jay Bolter, un classicista, da allora è diventato un
teorico molto importante della tecnologia dell'informazione; è l'autore di Turing's Man e di Writing Space.
Infine, Michael Joyce, che è forse il romanziere e narratore di ipertesti più importante al mondo,
certamente il primo scrittore di ipertesti di alto livello. Essi progettarono una specie di ambiente di scrittura
che avrebbe consentito di realizzare esperimenti nello spazio elettronico. All'epoca chiamarono questo progetto
"l'Intermedia dei poveri", nel senso che ha molte delle caratteristiche del grande sistema Intermedia
senza averne il prezzo elevato. È un sistema autonomo, si usa essenzialmente con una sola macchina, anche
se quest'ultima può essere messa in rete; non funziona, tuttavia, come un vero ipertesto di rete: se io
opero un cambiamento con la mia macchina su un ipertesto non lo si vede finché non salvo il documento e
lo copio in ogni macchina, o lo distribuisco ad ogni macchina. Si tratta di un ipertesto non simultaneo, se confrontato
con un vero ipertesto in tempo reale o simultaneo. Che cosa ha di buono Storyspace? Anzitutto, è molto facile
creare i link, poiché non è necessario programmare niente. Inoltre, funziona con un'interfaccia grafica.
In altre parole, se si vuole fare un link, si può usare il mouse per evidenziare una parola o una frase,
si preme un tasto, poi si preme di nuovo dove si vuole che arrivi il link. Si può allora dargli un nome;
si possono avere vari link contemporaneamente, e quando si selezionano, appare un menu che si forma automaticamente.
In questo modo gran parte del lavoro è già svolto in modo automatico, ed è molto facile riconfigurare
i link, cancellarli, rinominarli e così via. Ciò verrà reso superfluo, annientato dal WWW?
Fino ad un certo punto, la risposta è affermativa, dal momento che molti di coloro che potrebbero voler
usare un sistema come Toolbook, Storyspace, Intermedia, possono avere accesso alla rete web. Durante i corsi di
teoria letteraria e ipertesti ho scoperto che gli studenti che hanno usato Storyspace trovano molto frustrante
lavorare nel web; essi vedono la rete come una versione dell'ipertesto molto restrittiva e la ritengono molto "stupida";
ciò riduce il loro desiderio di scrivere nel WWW. Eppure molte persone si imbatteranno nella rete; quale
vantaggio, allora, può avere Storyspace? Ebbene, per le persone che stanno imparando a farlo ha due pregi
importanti; il primo consiste nella facilità di fare link e creare un modello di rete più vasto.
Molti dei siti web letterari e culturali che sono stati creati originariamente in America si basano su Storyspace
che li esporta, a sua volta, in HTLM; vale a dire che si può prima realizzare un ipertesto in Storyspace
e poi perfezionarlo, se si vuole. Il secondo grande vantaggio di Storyspace è che offre una visione molto
più ampia e completa dell'ipertesto che si sta realizzando. Qual è il suo futuro, io non so dirlo.
Immagino che tutti i sistemi di ipertesto attuali saranno limitati per il fatto che operano negli ambienti informatici
di oggi. Nei prossimi tre-cinque anni prevedo che tutti i sistemi operativi che abbiamo ora, che siano del tipo
MacOS o del tipo Windows, dovranno evolversi verso qualcosa che integri in maniera più efficiente Internet,
cioè verso il cosiddetto "docuverse", con le capacità della macchina indipendente. Ci sono
già molti ambienti informatici che funzionano in questo modo; il britannico Microcosm e l'americano Dynatext
sono entrambi esempi di sistemi di documenti che hanno una forma di ipertesto in cui ciò che si fa sulla
propria macchina si riflette nel modo in cui si vede il WWW. In altre parole, si potrebbe aprire un documento di
qualcun altro in Dynatext e inserire i propri link nel documento di qualcun altro (la stessa cosa vale per quello
che si può fare con Microcosm). È un po' un fondersi del sé con l'altro senza fare connessioni.
È un modo quasi automatico di creare comunità del sapere digitali, virtuali".
Parliamo ora della nuova versione del suo libro, Hypertext 2.0. Può dirci quali sono le differenze principali
fra questa nuova edizione e la prima edizione del libro, quali sono i punti che ha cambiato o sviluppato nella
sua esposizione?
"Hypertext 2.0 ha cercato di andare di pari passo con ciò che accade nell'ipertesto e nella cultura
digitale... è come tentare di colpire un bersaglio mobile quando il bersaglio si muove a grande velocità.
Naturalmente, la cosa più importante che si deve considerare è la questione del tipo di rapporto
esistente tra il WWW e l'ipertesto vero e proprio. Il primo capitolo è stato diviso in due nuovi capitoli;
c'è ancora il tentativo di mostrare una convergenza tra forme diverse di ipertesto e l'attuale teoria critica,
la teoria del postmodernismo e il poststrutturalismo. La nuova parte cerca, tuttavia, di considerare una vasta
gamma di sistemi di ipertesto dal WWW agli altri, come Dynatext, Storyspace, Sepia o HyperG, mostrando come ciascuno
sia, in un certo senso, generato - se si può chiamare così qualcosa che è immateriale - dalle
teorie dell'ipertesto. Ogni capitolo, in realtà ogni pagina, è stato cambiato, perché piuttosto
che fare ampi riferimenti a Intermedia ho cercato di riferirmi ad un più generico medium di ipertesto e,
successivamente, di riferirmi a sistemi specifici via via che andavo avanti. Inoltre, sono state aggiunte nuove
parti sulla teoria della letteratura; c'è una nuova sezione su Deleuze e Guattari e i Plateaux e l'idea
di rizoma e dell'ipertesto come scrittura rizomatica. Sono state aggiunte le sezioni sull'insegnamento, poiché
il mio modo di usare l'ipertesto nell'insegnamento è cambiato e perché è passato dall'ipertesto
puramente informativo, molto strutturato, alle applicazioni dell'ipertesto, che mettono in risalto il fatto che
gli studenti devono inventare nuove forme di scrittura per l'ambiente elettronico. Allo stesso modo, il capitolo
sulla narrativa e sulla poesia ipertestuali è molto più lungo, perché ora si hanno molti più
esempi di grandissima narrativa ipertestuale di quando ne scrissi in precedenza. C'è un capitolo del tutto
nuovo sulla scrittura per l'ambiente elettronico che riassume quanto sono riuscito a concludere sulla stilistica
e sulla retorica degli ipermedia. Inoltre, c'è del nuovo materiale nella sezione sulla politica degli ipermedia,
in cui introduco alcune questioni che sono state sollevate rispetto WWW: parlo della censura e della mia idea che
la maggior parte delle questioni che sono state sollevate sulla censura siano, in realtà, questioni economiche
e non riguardino assolutamente la salvaguardia della moral".
Per quanto riguarda la critica letteraria moderna, la teoria dell'ipertesto appare collegata con l'approccio
decostruzionista allo studio dei testi. D'altra parte, dal punto di vista formale l'ipertesto sembra essere qualcosa
di fortemente strutturato. Cosa ne pensa della relazione fra ipertesto e decostruzionismo?
"Cercando una relazione fra ipertesto, strutturalismo e costruttivismo, bisogna ricordare che ci sono varie
modalità e generi di ipertesto proprio come ci sono diverse modalità e generi di scrittura e di stampa.
Certamente, quando si considera una enciclopedia, un manuale di consultazione, un compendio di ingegneria, essi
appaiono testi estremamente strutturati, e si vorrebbe impedire a chiunque di aggiungere qualcosa o di cambiare
il testo; non si vuole che il manuale per riparare l'aereo su cui si vola sia aborracciato da un amatore. D'altra
parte, l'ipertesto didattico e l'ipertesto creativo tendono a variare nel loro grado di strutturazione. Michael
Joyce, lo scrittore di romanzi ipertestuali, osservò, diversi anni fa, in un articolo importante, che ci
sono due tipi di ipertesto: l'ipertesto in cui si scoprono delle cose e l'ipertesto che si costruisce. Per una
teoria dell'ipertesto, possiamo dire che esso viene soltanto letto e il materiale - come in una enciclopedia -
è già lì, ma i lettori si creano la loro propria esperienza basata sulle scelte personali.
Questo è un modo di considerare la questione. Un altro modo è: dipende da quanto è grande
la rete, da quanto è ampia. Se si parla di un'enciclopedia di cultura, di storia dell'arte o di un dizionario
in forma elettronica, o si parla solo del dizionario, esso è qualcosa di perfettamente strutturato. Ma se
quel dizionario è inserito nel WWW, e chiunque può imbattersi in un elemento di quel dizionario usando
un motore di ricerca o un link, allora, lo stesso documento diventa molto meno strutturato perché può
essere usato in vari modi. Ci sono diverse forme di ipertesto. Se si guarda alla loro genesi, una forma di ipertesto
è originariamente creata per la stampa in volumi separati; un'altra forma di ipertesto è quello creato
per un ambiente elettronico. Ciascuno di essi porta le tracce di come devono essere usati e di come sono stati
usati in passato. Una domanda può essere: che cosa avviene nella strutturazione quando un documento, una
unità di lettura può avere molte funzioni? A questa domanda risponderò con un esempio, considerando
un'edizione a stampa o un piccolissimo ipertesto di un lavoro didattico, o anche un'opera creativa; un brano di
Dante: se si guarda il brano e si trova un riferimento a Sant'Agostino, in un libro si potrebbe avere una nota
a piè di pagina. Si potrebbe anche avere l'equivalente di una nota a piè di pagina nel WWW. Poiché
la lunghezza è molto diversa, e nel formato elettronico diverse sono le risorse, ciò che deve essere
una piccola nota a piè di pagina nella stampa, nel WWW o in un altro sistema di ipertesto potrebbe essere
un intero saggio. Ora: la questione è che il saggio potrebbe essere il documento principale e Dante potrebbe
funzionare come nota a piè di pagina, oppure Dante potrebbe essere il documento principale e quel saggio
potrebbe essere la nota a piè di pagina. Quello stesso saggio può, in realtà, essere collegato
a qualcosa su Sant'Agostino. Attualmente sembra che ci sia un contrasto tra gerarchie accuratamente strutturate
e ciò che avviene nei testi nel WWW. Penso che le persone che lavorano con SGML e le teorie delle strutture
del testo debbano creare forme dinamiche di strutturazione dei testi in modo che queste strutture solide esistano
e allo stesso tempo si modifichino mentre vengono lette in contesti diversi. Lei mi ha posto la domanda sulla relazione
con la critica letteraria. Dal mio punto di vista non c'è molto collegamento tra l'ipertesto e lo strutturalismo,
viceversa, credo che i collegamenti siano fra l'ipertesto e il poststrutturalismo. Ma, di nuovo, una delle cose
che Jacques Derrida - il "padre" del poststrutturalismo - ci insegna, è che non serve a nulla
fare opposizioni nette, opposizioni binarie; perciò, non si possono realmente giustapporre, opporre diametralmente,
testo stampato ed ipertesto, o testo stampato e testo digitale e considerarli come bianco e nero, come due cose
opposte, poiché esse si compenetrano. Si tratta, in realtà, di un modo di pensare in termini di spettri,
che in certe aree di interattività - delle nozioni del sé, della proprietà intellettuale,
dell'impermeabilità - i testi stampati esistono ad un'estremità dello spettro e un po' più
in là abbiamo l'ipertesto. Il testo digitale si trova a metà strada. Non si può pensare ad
opposizioni assolute, non ha molto senso".
Sembra, dalla sua esposizione, che Lei abbia una concezione dell'ipertesto in cui molto importante è
la possibilità di cambiare dinamicamente la struttura stessa del testo; in altre parole, molto importante
risulta la possibilità di collaborare. In questa prospettiva, che ne è dell'autore?
"La nostra sensazione che l'autore sia diverso in un ambiente elettronico è assolutamente giusta, perché
penso che le nostre nozioni di autorialità, il nostro timore della collaborazione, molte delle nostre concezioni
sul diritto d'autore e la proprietà dell'autore derivino direttamente dal mondo della stampa. Era necessario
dare agli editori, ai librai e agli autori i mezzi per sopravvivere economicamente - molti dei primi editori fallirono
- perciò abbiamo sviluppato un concetto di proprietà dell'autore. Affermiamo questo forte concetto
di professione dello scrittore per il quale, essenzialmente, ciò che si suppone che gli autori facciano
è creare qualcosa dal nulla. In questa prospettiva, hanno molto più senso sia l'idea del poststrutturalismo
sia l'idea medievale, che ritiene l'unico vero creatore Dio; in base a tale concezione gli esseri umani combinano
le cose tra loro e basta. Il concetto dell'autore "forte" ha molto senso se si pensa che il nostro paradigma
sia un libro, ma con il libro elettronico tale concezione non funziona altrettanto bene. Proviamo a pensare che
il nostro paradigma sia non il libro ma la biblioteca: ogni autore ha solo in parte voce in capitolo nella biblioteca;
e non ci stupiamo che io scriva un libro, lo pubblichi, che il libro venga messo in biblioteca e poi un mese più
tardi appaia un altro libro. Questo è ciò che, in realtà, accade continuamente in un ambiente
elettronico; e una volta che si sposta il proprio paradigma per pensare ad una biblioteca anziché al singolo
libro, il concetto di un controllo condiviso di tutte le idee che arrivano in uno spazio intellettuale non è
affatto sorprendente, perché questo è quello che succede. Se si osserva la sezione delle recensioni
dei libri, si noterà che le idee cambiano appena si aggiungono nuove idee. Per tale ragione io penso che
ciò che dobbiamo fare sia modificare il nostro pensiero, in modo da guardare alle biblioteche elettroniche
come ad un mezzo per affrontare questa crisi della cultura, per non vederla più come il singolo documento
o il singolo libro. Quando si pensa al modo in cui i libri sono effettivamente scritti, naturalmente siamo molto
più vicini ai film. Il mio editore ha molto da dire, e anche il grafico; tutte le persone che hanno contribuito
alle mie idee dovrebbero partecipare. E come ho mostrato in tutte e due le versioni del mio libro, nelle scienze,
il concetto di autorialità è molto diverso da quello che c'è negli studi umanistici. Io credo
che siano le condizioni economiche diverse che hanno regolato il criterio di qual è l'autore forte e l'autore
debole. Se in medicina uno possiede un laboratorio e ottiene finanziamenti per il laboratorio, il suo nome va sui
documenti che sono scritti in quel laboratorio. Se uno conduce la parte principale di un esperimento, in molte
scienze, il suo nome è scritto su tutti i documenti che vanno sotto quella rubrica. Nelle materie letterarie
io posso dare ai miei studenti i miei appunti, potrei dare alle persone quadri che ho collezionato che sono molto
difficili da trovare, posso dar loro manoscritti e, se sono fortunato, mi ringrazieranno nella prefazione per essere
stato d'aiuto. Se ciò avvenisse nelle scienze, sarei considerato il co-autore. Questo mi è successo
molte volte: ho fatto pubblicazioni in riviste scientifiche o in riviste e qualcuno ha detto: "Abbiamo messo
il tuo nome sulla rivista", e ho scoperto che avevo scritto qualcosa. Evidentemente è una questione
di definizione culturale e di decisione economica per le quali ci siamo abituati a un determinato concetto dell'autore
forte; ciò è stato necessario fino ad ora, ma penso che falsifichi la realtà in molti modi.
In un bellissimo libro scritto da un signore che si chiama James Boyle sulla legge e Internet, l'autore osserva
che i problemi dell'Occidente col Terzo Mondo spesso nascono dai concetti di Copyright basati sul nostro concetto
dell'autore forte. Una tribù o un gruppo di persone, per esempio, non possono avere il copyright su nulla,
poiché tutto ciò che creano è qualcosa di dominio pubblico. Quindi, se uno scienziato occidentale
va in qualche comunità rurale e prende il grano che quei contadini hanno selezionato in millenni e che è
resistente alla muffa e alla putrefazione, lo porta a casa, opera delle piccole modifiche, lo scienziato può
prendersi il copyright su quello. Adesso il contadino deve pagare per il seme a cui lui ha contribuito per il 99
per cento; gli agricoltori pensano che gli è stato rubato il lavoro; la ditta che produce i semi pensa che
essi gli vengono rubati, e questo perché si ha un'idea diversa dell'autore forte. L'autore forte è
la comunità oppure è l'individuo, che secondo la definizione del sé della società occidentale
può essere una ditta? Questo è un caso in cui entrambe le definizioni hanno un senso; entrambe provengono
da culture diverse e stanno causando moltissime privazioni e incomprensioni. Penso che dovremmo avere una maggiore
autocoscienza delle nostre idee di autorialità prima di poter decidere cosa ne vogliamo fare".
D'altro canto, sembra che l'autore che non è più forte senta ancora l'esigenza di un messaggio
forte: in genere c'è un messaggio preciso che l'autore vuol trasmettere, specialmente nelle scienze umane.
Come può, quest'ultimo, mantenere la possibilità di trasmettere un messaggio forte in un contesto
in cui egli stesso non è più un autore forte, "tradizionale"?
"Penso che ci siano modi in cui l'autore può mantenere la voce unitaria, se questo è quello
che l'autore vuole. Di nuovo, si ritorna alla differenza tra il paradigma del libro e della biblioteca: se un individuo
vuole mantenere l'isolamento della voce o la potenza della singola voce, si deve creare una zona di isolamento
intorno a quella voce. In altri termini, le persone che stanno scrivendo in ambienti multivocali, complessi, devono
sviluppare una retorica e una politica della voce forte, e questo è abbastanza possibile. D'altro canto,
per quanto riguarda la versione elettronica del mio libro, penso che si possa affermare che esso contiene una voce
forte che lo percorre; ha un tono molto caratteristico, una specifica scelta degli argomenti; nella cultura della
stampa, tale specificità è la mia voce. Quando io ne ho fatto un libro elettronico, vi abbiamo allegato
molte voci di altre persone. Lei potrebbe sostenere, come penso anch'io, che ho perso il controllo sul discorso
perché abbiamo creato una biblioteca elettronica in miniatura. Se non le piacciono le mie teorie o le mie
opinioni su Barthes o su Derrida o i critici marxiani, può seguire quelle di qualcun altro. In questa direzione
la questione diventa: come posso assicurarmi che Lei mantenga la sua voce o la mia voce? Una cosa da fare è
di rendere ben chiaro al lettore dove comincia il mio testo e dove quello di qualcun altro comincia, si interrompe
e riprende. Dove sono i confini? Dobbiamo avere una retorica, in altri termini, dei confini e dei limiti del documento.
Questo si mette in atto spesso nel WWW attraverso la creazione di uno stile unitario all'interno di un sito, ad
esempio attraverso l'uso di colori di sfondo, o di immagini nell'intestazione o nel piè di pagina dei documenti;
in questo modo, una volta che Lei lascia il mio documento sa che ha trovato qualcos'altro, e quando torna indietro
sa dov'è. In altri termini, per concludere, penso che sia ben possibile mantenere la voce unitaria se questo
è ciò che si vuole fare. Tuttavia, non si devono dimenticare i vantaggi dell'espressione multivocale:
lo stesso testo può essere letto in diversi modi. Penso che molti autori desidererebbero avere l'espressione
multivocale allo stesso modo in cui molti altri desiderano avere i loro libri nelle biblioteche accanto a quelli
di persone da cui discordano, purché i loro libri possano essere letti almeno una volta così come
vogliono loro. Nella forma elettronica si potrebbe dare la facoltà al lettore di scegliere in che modo leggere
il libro; dovrebbe essere altresì possibile consentire che si legga il libro in maniera isolata: si tratta,
si, di un ipertesto, ma la prima volta si legge solo attraverso quello che ha scritto l'autore; soltanto dopo si
apriranno i nuovi link".
C'è una differenza nel modo in cui lei esprime la sua voce, la sua opinione, la sua posizione in particolare
nello svolgere un'argomentazione - quando scrive in forma lineare in un libro standard rispetto alla scrittura
in forma ipertestuale?
"Penso che ci siano sia un tono diverso che un insieme diverso di strategie o tecniche caratteristiche nel
testo stampato rispetto al testo digitale, in particolare all'ipertesto. La possibilità di fare link permette
sia al lettore sia all'autore di imbattersi negli argomenti in ordine diverso. Molte volte, mentre parlo con lei,
dico che ci sono tre modi per fare qualcosa, ma questi tre modi sono solo una questione di numerazione, non c'è
un vero crescendo. "Tre" non è per forza più importante di "uno". Ci hanno, però,
insegnato in retorica, che quando si scrive si deve cercare di costruire un crescendo. Se si scrive per il mezzo
elettronico, che consente ramificazioni, basta informare il lettore che ci sono degli argomenti; il lettore può
voler guardare alcuni argomenti ma non altri, può semplicemente accettare quello che l'autore dice e non
voler approfondire troppo (è anche possibile che la documentazione a sostegno di una tesi si arricchisca
e conduca sempre più lontano dall'argomento principale, se è questo che interessa al lettore). Si
può, quindi, assottigliare il proprio discorso allo stesso modo in cui le persone scrivono libri, e dare
le informazioni a richiesta.
L'altra possibilità è che se ci si collega alle idee di altre persone o ad altre versioni del proprio
lavoro precedente - alle altre parti di sé -, si può cambiare tono di molto. Penso, inoltre, che
le persone usino le citazioni o le informazioni in maniera assai diversa. Una delle cose che si impara quando si
scrive un libro è che se si cita da qualcun altro, se si cita troppo, si appare dipendenti dall'altra persona;
il modo per dominare il testo di un altro, dunque, è di riassumerlo in termini propri e citare parti molto
brevi; si può citare una volta e poi farvi riferimento con una frase chiave o un riassunto. Ma nell'operare
un'analisi di un passo di Giovanni Boccaccio o di Dante Alighieri o di James Joyce o di Thomas Mann, si può
voler avere un lungo brano, troppo lungo per poterlo citare nel testo; allora vi si fa un semplicemente riferimento
e ci si collega ad esso con un link e il lettore lo può riprendere molte volte nel discorso. Quando si ha
a che vedere non con fonti primarie ma con lavori di altri studiosi, mi sembra più onesto trascrivere un
lungo brano del testo in modo bachtiniano: lasciamo che il testo parli per sé piuttosto che cercare di dominarlo.
Questa operazione crea un tono molto diverso, quasi più umile, perché si lascia che l'altra persona
esprima la sua opinione lasciando che il testo acquisti una maggiore presenza.
Queste che ho elencato sono tre differenze importanti. Un quarto tipo di differenza nell'argomentazione è
che penso si possano usare le immagini molto più spesso perché è più economico, in
termini di risorse, usare le immagini in un ambiente ipertestuale. Se si fa riferimento ai testi si può,
come ho detto, collegarvisi tramite un link; allo stesso modo si fa riferimento alle immagini: si può inserire
un link che colleghi all'immagine in modi che sarebbero troppo complessi in un testo".
Come usa i nuovi media e gli ipertesti nella sua attività di insegnante?
"Ci sono tre modi in cui io ho usato e continuo ad usare l'ipertesto nell'insegnamento. Il primo è
come grande biblioteca elettronica o strumento di riferimento attraverso cui gli studenti possono contestualizzare
una determinata opera o fenomeno letterario e scoprire cosa succedeva nella società, nella teoria politica,
nella critica letteraria, nell'economia, a quel tempo. Il secondo modo è quello di usare l'ipertesto nella
sua forma più dinamica come un ambiente di lavoro collaborativo che cambia continuamente; ogni studente
può aggiungere il proprio testo alla biblioteca elettronica, cosicché gli studenti diventano automaticamente
parte del testo. Ci si ritrova, in questo modo, ad aver creato una specie di appendice riassuntiva del corso. Certi
corsi - quelli che in America chiamiamo "course", ovvero una serie di conferenze - riuniscono attorno
a sé persone che, magari, si sono laureate una decina d'anni prima ma fanno ancora parte del seminario.
Si può, infine, usare l'ipertesto nell'insegnamento per sviluppare modi di scrittura, moduli retorici, per
imparare come argomentare e come scrivere sia una prosa creativa e discorsiva nell'ambiente elettronico, sia in
maniera ipertestuale ma facendo riferimento ad altre forme di testo digitale. Ci sono molti testi digitali nel
WWW che non sono propriamente ipertestuali; c'è narrativa ipertestuale nella rete e c'è una narrativa
digitale vera e propria che consiste in lunghissime sequenze di testo con animazioni, suoni e colori che non si
potrebbero avere in un libro ma che, tuttavia, non hanno le ramificazioni proprie dell'ipertesto".
Abbiamo in progetto una serie di video e libri per le scuole, e sarebbe interessante ascoltare i Suoi suggerimenti
pratici. Quale può essere il suo consiglio pratico ad un professore che ha la possibilità di usare
i nuovi media?
"Gli studenti devono cominciare ad usare i nuovi media molto giovani, dunque durante il corso di studi che
precede l'università. Ma, di nuovo, quando parlo dei nuovi media, mi interessa, nel complesso, l'ipertesto
come immagine testuale più che come immagini in movimento. Michael Joyce, il teorico dell'ipertesto, programmatore
e scrittore di ipertesti narrativi, ha sostenuto varie volte che l'ipertesto è la vendetta del testo sulla
televisione. Io penso che molti dei nuovi media cerchino, in realtà, di tenere sotto controllo quella modalità
di trasmissione, mentre il grande valore educativo dell'ipertesto sta nell'offrire a chi impara ciò che
desidera imparare quando vuole impararlo; esso è rivolto a chi impara. L'ipertesto didattico e le cose migliori
dei nuovi media didattici sono ambienti di apprendimento, non di insegnamento. Questo tipo di attivazione dello
studente in maniera costruttiva deve predominare se vuole essere efficiente! Non penso, inoltre, che il video,
la trasmissione televisiva siano il sistema più efficiente per far apprendere, poiché immettono gli
studenti nelle stesse vecchie grandi aule per ascoltare qualcuno che - per quanto brillante sia - parla loro 'dall'alto'.
Certo, ascoltare è importante e necessario, ma è molto più importante se lo studente agisce
per ottenere un risultato; si impara molto di più quando si fa qualcosa. Una cosa che ho scoperto è
che gli studenti scrivono molto meglio quando sanno che stanno scrivendo per un altro lettore; appena vengono a
conoscenza del fatto che il loro lavoro verrà letto da altri studenti o da persone in altre parti del mondo,
vi tornano sopra per migliorarlo. Questo è un esempio di conseguenza positiva, involontaria dello scrivere
per un ambiente collegato in rete. L'abitudine di pensare ad un modello di trasmissione televisiva come ad una
cosa suprema è molto pericoloso per i nuovi media. Stiamo parlando di cose come la push technology, per
la quale uno accende il proprio computer collegato a WWW e questo diventa una specie di televisore attraverso cui
gli vengono "lanciate" le informazioni. Penso che ci sia sempre bisogno della televisione; tuttavia,
per quanto riguarda l'insegnamento penso che sia necessario che gli studenti facciano scelte e guidino questi media.
Ciò non significa che questi ultimi si debbano limitare a giocherellare senza scopo, viceversa, devono avere
dei compiti che li rendano attivi, sia per scoprire sia per produrre conoscenza. Le persone non vanno in biblioteca
e non usano materiale didattico ed educativo senza scopo, lo fanno perché hanno da svolgere un compito o
hanno uno scopo o vogliono imparare qualcosa".
E la narrativa ipertestuale?
"La narrativa ipertestuale è nuova, e se si guarda il rapporto tra la narrativa ipertestuale e la novità
del mezzo, è stupefacente come essa progredisca. Tuttavia, ancora non si può dire quale sia il grande
romanzo ipertestuale, siamo solo agli inizi. Ci sono opere che ritengo molto importanti, come Afternoon
di Michael Joyce; si tratta di un grande modello modernista. L'autore mette l'accento non tanto sulla scelta del
lettore ma sul modo in cui il romanziere ipertestuale può usare diverse ramificazioni per permettere al
lettore di costruire molte storie, di ognuna delle quali può avere il controllo; in realtà, si può
diventare ancor più che autore, più che un autore forte, se è così che si vuol lavorare.
Carolyn Guyer, in Quibbling, è uno di quegli autori che permettono al lettore di muoversi nei singoli
documenti come il lettore vuole, e non solo di seguire i link; si può andare ad una cartina e seguire qualcosa
a cui si è già interessati. A mio avviso l'ipertesto più interessante finora è Patchwork
Girl, di Shelly Jackson; si tratta di un romanzo "Storyspace" che può essere letto sia in
ambiente Windows che Macintosh (meglio in Macintosh perché contiene più funzioni). Racconta la storia
di un mostro, Frankenstein donna, che nel romanzo di Mary Shelley non è mai compiuta, ma in questa storia
ha vissuto fino ad avere 180 anni: è alta due metri e dieci, gode di ottima salute. La costruzione del suo
corpo attraverso la storia diventa un paradigma del nostro modo di costruire il gender, di costruire l'identità,
e del nostro modo di leggere ogni testo. Come molti degli ipertesti di adesso, è molto autoreferenziale,
postmoderno; è un testo serio e allo stesso tempo molto divertente. L'autrice usa il pastiche e il collage,
e il lettore deve stabilire i significati egli stesso. Si possono anche prendere molte strade diverse lungo la
stessa storia e trovare un'estetica; ciò significa che se uno arriva alla stessa unità di lettura
da un punto di vista diverso, questa deve funzionare con un diverso inizio e una diversa fine. Robert Coover, uno
dei grandi sostenitori dell'ipertesto, sostiene che, forse, l'ipertesto è più un mezzo poetico che
narrativo. Certamente, molte delle opere che si vedono funzionano secondo vari tipi di rimandi, echi e metafore,
ed è ben possibile considerarle poetiche. L'ipertesto è forse una forma narrativa poetica, un romanzo
lirico o una vera e propria forma lirica. Ci possono essere momenti molto intensi e scene d'atmosfera, ma di rado
si ha una climax potente, e ciò risulta strano, ovviamente, solo se si ha in mente il romanzo dell'Ottocento.
Se si pensa al Decamerone o alla narrativa giapponese antica o contemporanea, appare come un modo pienamente accettabile
di costruire storie piuttosto che una singola storia. Se si guarda all'era della scrittura e della lettura ad alta
voce, si ha il romanzo cavalleresco; se si guarda all'era della stampa, si ha il romanzo. La domanda è:
come sarà l'era della scrittura digitale? Potrebbe essere l'era della narrativa ipertestuale, ma la narrativa
prende una forma piuttosto nuova e non assomiglia al romanzo così come lo conosciamo. Il testo può
essere più frammentario, può essere più ricco, può essere a più voci. Ma pensiamo
alla differenza tra la versione cinematografica di un romanzo che ha successo e il romanzo originario: se hanno
veramente successo, sono opere diverse perché il mezzo è diverso".
(16 febbraio 1998)